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La "pace" tra i due assedi
La pace del 1562 tra l'impero degli Asburgo e l'impero ottomano
è molto provvisoria ed
è destinata a finire appena
uno dei due contraenti non si
sente sufficiente forte a rovesciare l'esito della guerra precedente. Ci
provano tutti e due, austriaci e turchi. L'Austria, sotto Leopoldo I, è
avida di completare i suoi domini con la Transilvania, mentre i turchi non si
accontentano di non avere il pieno controllo sull'Ungheria. Ma i vari
scontri, piccoli e grandi, nel periodo tra il 1529 (il primo assedio di
Vienna) e il 1683 (il secondo assedio) non cambiano sostanzialmente la
situazione di fragile e sempre pericoloso bilico tra i due imperi.
L'occasione d'oro persa dai turchi
Se l'impero ottomano avesse veramente avuto
l'intenzione di dare un colpo mortale all'Europa centrale, allora c'era un
momento in cui ci sarebbe riuscito facilmente: tra il 1618 e il 1648 tutta
l'Europa centrale è lacerata e alla fine completamente esausta dal tremendo
conflitto della guerra dei 30 anni. Se i turchi ci avessero provato allora
sarebbe stato piuttosto semplice
irrompere da conquistatori nell'Occidente in agonia. Ma per tutto il periodo
non fanno niente.
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Questo fatto non si spiega solo con la situazione interna
dell'impero ottomano, perennemente scossa da intrighi, congiure
e crisi politiche ed economiche. In realtà i turchi non sono interessati ad
estendere il loro dominio all'Europa centrale. Già dal fallito primo assedio
a Vienna hanno capito che sarebbe stato impossibile reggere un loro
dominio molto oltre i confini dell'Ungheria. Le vie di rifornimento da
Costantinopoli sono troppo lunghe e difficili, la popolazione troppo
ostile. |
La
ricostruzione degli eventi in questo articolo segue il racconto
di Stephan Vajda che, nella sua "Storia dell'Austria", ha
condensato i mille anni dell'impero asburgico.
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Il primo e il secondo attacco a Vienna deve invece servire ad eliminare
una volta per sempre uno scomodo concorrente nei territori
balcanici.
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L'attacco turco nel 1683
Nel 1683 il gran visir Kara Mustafà decide - non
ultimo cedendo ai consigli d'intermediari francesi residenti
a Costantinopoli, fra i quali alcuni gesuiti e cappuccini (la
Francia è molto interessata a un'Austria più debole) -, di
risolvere con la guerra il problema ungherese che si
sta trascinando da oltre un secolo e mezzo.
Manda a Vienna, in nome del suo sultano Maometto IV, una
dichiarazione di guerra formale, il cui testo (vedi a destra)
è di un tenore che potrebbe far ridere la corte
di Vienna se la situazione non fosse così seria. |
La dichiarazione di guerra:
"Noi, Maometto, per grazia del Dio che domina i cieli,
glorioso e onnipotente imperatore di Babilonia e Giudea, dell'Oriente e
dell'Occidente, sovrano di tutti i regni terreni e celesti, gran re della
sacra Arabia, per nascita re di Gerusalemme coronato di gloria, padron e
signore del sepolcro del Dio crocifisso degli infedeli, diamo a Te, Cesare
di Roma, e a Te, re di Polonia, la Nostra sacrosanta parola, e la diamo a
tutti i Tuoi seguaci, che siamo in procinto di portare la guerra nel Tuo
insignificante paese e che condurremo con Noi tredici re con un milione e
trecentomila guerrieri di fanteria e di cavalleria, e con questo esercito
di cui né Tu né i Tuoi seguaci avete la più pallida idea, calpesteremo senza
pietà e misericordia il tuo piccolo paese sotto gli zoccoli del cavalli e
lo metteremo a ferro e a fuoco..." |
L'esercito turco che, a partire dal 31 marzo del 1863, si
muove rapidamente verso Vienna è composto da 180.000 uomini - insieme
agli alleati dei tartari, dei romeni e di altre nazionalità sono alla fine
più di 200.000 uomini. Un esercito
ben lungi
dalle pompose e esagerate affermazioni della dichiarazione di guerra (vedi
sopra), ma pur sempre un'armata temibile.
L'atrocità della guerra
Il 13 luglio del 1683 i turchi arrivano a Vienna e tre
giorni dopo hanno completato l'accerchiamento della città. I libri di
storia non mancano di sottolineare l'atrocità dei turchi durante la loro
marcia verso Vienna. Un esempio fra tutti: in un supplemento dell'Espresso
sull'Austria, del 1989, si legge:
"Nel 1683 ... le truppe ottomane giunsero ancora davanti a Vienna.
Nell'avanzata rapirono donne e bambini, tagliarono la testa agli uomini
idonei alle armi, bruciarono case. Nei dintorni di Vienna furono distrutti
quasi tutti i castelli e devastate molte chiese; molti punti strategici
capitolarono e talvolta i turchi uccisero tutti gli abitanti."
L'autore non ha torto, dimentica però di aggiungere che, agendo in questa
maniera, i turchi applicano gli stessi metodi che, prima di loro, avevano
applicato molti altri eserciti, "cristiani" e non. La guerra dei trent'anni
di pochi anni prima presenta una cronaca infinita di massacri e devastazioni
del genere, da parte di tutte le armate che combattono tutte in nome dello
stesso Dio. All'epoca la guerra si faceva anche così. Ma la storiografia austro-cristiana dei
secoli dopo glorifica la parte austriaca e demonizza la
parte turca. In realtà le differenze non sono così grandi, come si vedrà
soprattutto durante la ritirata dei turchi.
Nella marcia verso Vienna Kara Mustafà applica di proposito il terrore più
spietato come strumento di guerra psicologica. Secondo il diritto di guerra ottomano
una città conquistata
d'assalto deve essere abbandonata per tre giorni alle truppe vittoriose, libere di saccheggiarla senza restrizioni. Se invece
una città si arrende senza porre resistenza, la città appartiene unicamente
al comandante supremo, che sceglie a proprio piacimento il bottino che più
gradisce assegnando poi ai suoi uomini
quello che scarta. E così succede anche durante questa guerra.

I turchi davanti a Vienna. Quadro dell'epoca.
Visto che a Vienna sono accumulate delle ricchezze
incredibili Kara Mustafà
non ha intenzione di ridurre la città in macerie. Spera in una
resa veloce. Ha portato con sé duecento carri del suo tesoro
privato, il suo harem e la sua orchestra, ma ha rinunciato a portarsi
dietro l'artiglieria pesante, il cui trasporto è lento e faticoso. Ma
questa
mancanza si rivelerà un grosso errore.
Anche il secondo assedio va male
Il 14 luglio invia nella città assediata questa intimazione: "Se Vi arrenderete a me, tutti Voi, dai più
grandi ai più piccoli, sarete liberi di allontanarvi con i vostri beni e
quelli che preferiranno rimanere avranno garantita la salvaguardia dei loro
averi. Ma se vi rifiuterete di cedere, noi Vi sferreremo l'assalto e tutti,
dal più piccolo al più grande, sarete passati a fil di spada ... Pace a colui che
obbedisce."
Naturalmente i viennesi non si fidano e non hanno nessuna intenzione di
arrendersi. E così l'assedio va avanti per 45 lunghi giorni in cui i
viennesi si difendono con coraggio e audacia. Il 4 settembre Mustafà capisce che
gli abitanti non si sarebbero arresi e ordina l'assalto in forze. Adesso le
cose si mettono male per i Viennesi perché i turchi riescono ad entrare in
città e i combattimenti si svolgono, ora, strada per strada. L'unica speranza
dei difensori della città è ormai un'armata di rinforzo che Leopoldo I,
fuggito a Passau prima dell'assedio, sta radunando fuori Vienna.
Le truppe turche sono molto più numerose dei soldati dell'armata di rinforzo
(polacchi, bavaresi, sassoni e numerose altre nazionalità), ma sono logorate
dal lungo assedio e così entrano in panico quando il violento attacco dei
cavalieri polacchi piomba su di loro.
Kara Mustafà è ormai convinto che la sua sconfitta sia stata decretata da
Allah e così il suo esercito si dà a una fuga rapida e disorganizzata,
lasciando davanti alle mura di Vienna tende, armi, viveri e bottino.

Leopoldo I d'Asburgo (1640-1705),
imperatore del Sacro Romano Impero
La lenta fine della guerra
L'assedio è finito, ma la guerra dovrà andare avanti per
altri 10-15 anni. E le battaglie in questi anni non sono affatto meno
crudele di quelle combattute finora e questa volta sono gli austriaci (o meglio:
l'esercito imperiale al quale partecipano anche francesi, svedesi e inglesi)
a non fare tanti prigionieri: durante la presa di Buda (oggi: Budapest)
sopravvivono appena 200 soldati turchi su 17.000.
Ma in Ungheria l'avanzata dell'esercito imperiale si ferma. Il primo motivo sta nelle crescenti difficoltà di provvedere ai rifornimenti:
la popolazione ungherese, profondamente delusa dai liberatori austriaci, nasconde i resti dei suoi beni e ben presto invoca il ritorno dei
turchi dai quali erano trattati meglio. Il secondo motivo è proprio la
crescente ostilità degli ungheresi: le truppe cristiane, in primo luogo i Bavaresi e i
Brandeburghesi (ma non solo loro), infieriscono senza pietà sul paese
conquistato. Alla presa di Ersekujvar gli
abitanti, tedeschi, ungheresi e slovacchi, anche donne e bambini, vengono
massacrati in un'orgia di sangue. A Buda quasi tutti i cittadini, anche cristiani
ed ebrei, sono uccisi. Le donne turche non vengono schiavizzate, come
facevano spesso i turchi con le donne dei territori austriaci, ma violentate, torturate e uccise sul posto. Le gravi
sconfitte che l'esercito imperiale subisce nell'estate 1695 sono in primo
luogo la conseguenza della scarsa disciplina e della scatenata avidità di
bottino - le truppe imperiali fanno in sostanza la stessa cosa che i turchi
hanno fatto avanzando verso Vienna - ma di questo non se ne parla molto nei
libri di scuola.
In una delle ultime battaglie di questa lunga guerra spietata tra Austria e
Turchia, nel 1697, vengono massacrati circa 250.000 soldati turchi, mentre
dalla parte degli imperiali si contano (ufficialmente) solo 430 soldati caduti. Se fosse
stato il contrario questa battaglia sarebbe ricordata come il culmine della crudeltà turca,
così invece viene festeggiato come capolavoro della strategia militare
austriaca. Come si vede, non solo la politica, anche la storiografia non è affatto imparziale...
Inizia un nuovo capitolo
Ed è proprio con le guerre contro la Turchia che inizia un nuovo capitolo
nella storia dell'Austria: inizia la dominazione austriaca dei paesi
balcanici. Si ingrandisce ulteriormente il grande impero multinazionale
degli Asburgo, con tutti i problemi, tensioni e lacerazioni interne che alla
fine, nel 1914, sfociano in un'altra grande guerra: la prima guerra
mondiale.
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