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La tesi parte dalla lettura delle Duiniser Elegien,
l’opera poetica che Rilke termina di comporre nel 1922. Il presente
lavoro si è proposto di investigare alcune delle figure che il poeta
utilizza nel corso di tutte le dieci elegie: gli amanti, il bambino,
gli acrobati, gli eroi, la marionetta, il ballerino, l’animale, e la
figura che sovrasta tutte le altre, quella dell’angelo.
Tenendo poi ben presente il fatto che Rilke stesso dichiara che la
lingua riserva per l’uomo un largo spazio di indicibilità, abbiamo
cercato di dimostrare come nelle Elegie Duinesi egli riesca in ogni
modo a dire molte cose, a trasmettere con le parole molti concetti
ed idee, sebbene come abbiamo appunto sottolineato, egli sia
consapevole della limitatezza della lingua di cui fa uso.
Abbiamo quindi voluto interpretare le figure, che Rilke porta in
scena nelle Elegie, come delle figure mitologiche, riprendendo la
visione dell’ inversione mitopoietica che Hans Georg Gadamer dà
dell’opera rilkiana. Si è tentato quindi di mettere in luce come
Rilke riesca a trasporre nelle Elegie molto dire poetico,
appoggiandosi sulla tecnica della mitopoiesi. Rilke crea dei miti,
delle figure che sanno di mitologia, attingendo immagini dalla vita
quotidiana, per aiutare se stesso a dire di più, di quello che
sarebbe normalmente in grado di esprimere, con semplici parole.
Grazie alla mitopoiesi, il mito vive proprio a causa del suo essere
detto, essere narrato, dentro l’opera poetica. All’interno delle
Elegie Duinesi prende forma un orizzonte mitologico: aspetti della
vita quotidiana si trasformano in figure mitologiche. Tali miti
possono essere visti come figure dell’indicibile che sono ancora in
attesa di una narrazione, come contenitori di quell’indicibile che
si manifesta come silenzio nella sfera del dicibile, e che si
lasciano dire proprio grazie al loro essere narrati all’interno
dell’opera. Le figure aprono la via a una possibile dicibilità, dal
momento che sono narrate. Solo le cose che non ci dicono nulla sono
silenziose, il mito che invece si lascia narrare riesce a
trasmettere parole, e aprire uno squarcio nell’indicibile. Il
compito del mito non è né quello di dire se stesso né quello di dire
il mondo, ma più semplicemente quello di esperire la dicibilità,
ovvero tutte le possibilità del dire, per giungere a esprimere
l’indibile, o quanto meno sulla soglia di questa nuova possibilità,
che rimaneva prima silenziosa.
L’uomo-poeta facendo tutto ciò cerca un modo per vincere la morte,
ma non la morte umana, bensì quella delle parole, della lingua. Il
poeta si fa creatore di una lingua significante, creando una nuova
mitologia, che non ha più nulla di religioso come nel mondo antico,
ma ha carattere quotidiano. Rilke porta in scena degli amanti, un
ballerino, e anche l’angelo non deve essere visto come un qualcosa
di trascendente, ma come piuttosto lo strumento per superare
l’indicibilità, quel momento di manifestazione estetica del poeta
che riesce a giungere sulla soglia dell’indicibile, ben sapendo che
il suo raggiungimento è momentaneo.
Giungere all’indicibile è un’elevazione estetica temporanea, una
illusione, che però dà una grande consapevolezza al poeta: proprio
mentre si dà forma all’indicibile, si prende atto del dicibile. Il
poeta in quel momento è consapevole del limite, del confine che
esiste fra questi due tipi di linguaggio: la lingua delle parole e
quella dei silenzi. È così facendo che il poeta scopre la distanza.
Il fallimento accompagna allora sempre il trionfo. Nell’analisi
delle figure delle Elegie abbiamo riscontrato la stessa dicotomia di
trionfo e fallimento: ad esempio i saltimbanchi, che giungono grazie
all’esercizio quotidiano alla perfezione del loro spettacolo, ma che
provano ancora il dolore di cadere, emozione del tutto umana, e che
quindi non li fa arrivare ad essere quella figura perfetta che
riesce ad andare oltre al limite. |