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La Virgental cela una delle poche chiese gotiche miracolosamente intatte in Austria, dedicata a St. Nikolaus, tanto affascinante, quanto inaspettata, epifania cristiana in mezzo alle montagne, quasi irraggiungibile, celata agli occhi profanatori della comunità di moderni iconoclasti armati di Minolta.
Tanto per cambiare però la presunta inaccessibilità del luogo sacro è stata violata anche questa volta da un’altra famiglia italiana, con tanto di Vhs e guida Michelin.
Pranzo a Virgen a base di Speckknödelsuppe: ecco finalmente il famoso gnocco tirolese che si incarna in tutta la sua potenza sotto i nostri occhi avidi di novità culinarie. Una rapida occhiata alle tante case di legno, ormai familiari come le montagne che le sovrastano da vicino; in questo caso la sagoma di pietra ed erba che appare all’orizzonte è quella del Grossvenediger, minaccioso dietro le ultime malghe, solcato da un andirivieni di funivie ed impianti vari che bene lasciano intuire l’importanza turistica di una simile montagna negli inverni innevati.
Verso la fine della valle ci attendono le Unbalfälle, altissime cascate poste malignamente al termine di un percorso accidentato di montagna, da effettuare rigorosamente a piedi, da bravi passeggiatori germanici, con soste forzate lungo il cammino per lasciare asciugare i rivoli di sudore che solcano i visi attoniti, e rapiti dal suono impetuoso dell’acqua cadente.
Dietro una ennesima curva si staglia minaccioso il profilo liquido della cascata, con getti d’acqua a più stadi, che ricadono potentemente a terra, trasformando la sua natura di trapezista tritonico in placido fiume. A 1520 metri d’altezza gli odori del sottobosco si fanno pungenti, e l’aria colpisce ai polmoni con una potenza inaudita.
Indietro verso Matrei: cena in una Gasthof a base di Wurst e patate, discorsi tra il serio ed il faceto all’ombra del castello, chiuso.
 Un corteo dei "Schützen" a St. Veit (Defreggental) Foto: Fabio Ronci
La Defreggental corre a sud dopo Matrei, tra malghe isolate e ruscelli improvvisi si sale fino ai 1500 metri di
St.Veit, (praticamente S.Vito..) dove ci accoglie una processione molto religiosa (eppure militare) di veri Schützen tirolesi, direttamente da un’illustrazione di libri di storia e leggenda austriaca, ultimi discendenti dei compagni del vecchio Andreas Hofer. I cappelli adorni di piume, gli archibugi ottocenteschi, i Lederhosen, tutto - persino le facce - rimanda ad un’immagine folclorica da manuale, come nei film dell’Imperatrice Sissi con Romy Schneider.
Si scende per poco, giusto per raggiungere un altro villaggio nella valle:
St. Jakob, con le solite casette da cartolina e capannelli di gente in festa di fronte alle chiese. Montagne incredibilmente alte, coperte da spruzzi di neve e rigate dai tronchi che scendono immancabilmente verso il fiume, accompagnano il nostro viaggio, il fiume che rumoreggia a fianco della strada sembra un vecchio brontolone.
Lienz è la piccola capitale dell’Ost Tirol: un castello medievale sormonta e - in un certo senso - anticipa il centro cittadino: scale a chiocciola, affreschi gotici e torri di guardia da cui si ammira l’intera vallata, fino alle Dolomiti, e poco oltre c’é già l’Italia.
Proprio gli italiani sono il piatto forte del movimento turistico, siamo tutti alla mercé dei vessilli absburgici e tirolesi, tutti con evidenti difficoltà motorie nello scendere le ripide scale di legno che si allontanano dalla torre maestra, da dove una volta le vedette tirolesi attendevano gli attacchi dei Bavaresi, mentre le donne chiacchieravano da una finestra all’altra, in attesa del ritorno dei coniugi, pregando un Dio austriaco.
Rapida visita ad Auguntum: pochi residui di una città romana di cui oggi si intravedono solo alcune mura, poi di nuovo a Lienz. Il pernottamento sarà per la prima ed ultima volta in una vera e propria fattoria di campagna, ai margini della città, con tanto di balconi infiorati e splendida vista sulle Dolomiti. Pioggia frammista al sole, le ultime spese con gli scellini residui, col la mente purtroppo irrimediabilmente a casa, alla ricerca di souvenir e di birra, all’ombra di tendoni provvidenziali tesi contro le intemperie di un ferragosto alpino.
Parole e conti in tasca, progetti e telefonate ossessive, il tutto all’ombra delle montagne già un po’ italiane, a cavallo di due nazioni, due mondi simili, eppure lontanissimi, figli di una stessa terra geografica, espressione di un’unica anima della gente. Qui, all’estremo sud del profondo nord.
Queste
pagine sono a cura di Fabio Ronci
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