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Via da Innsbruck su strade deserte di Domenica mattina, in direzione di
Ambras, “dépandance” degli Asburgo in Tirolo. Un po’ Versailles, un po’ museo dell’orgoglio nazional-popolare; quadri che presentano il Gotha del parentame imperiale, alcune cose notevoli (Van Dyck, e gli italiani), molta paccottiglia ottocentesca.
 Il castello di Ambras
Una sala ospita armature pseudo-medievali, con tanto di ricostruzioni di un torneo a cavallo: ancora una volta ci interroghiamo sulle possibilità di movimento con tutta quella ferraglia addosso, e finalmente posso scorgere le armature degli odiati Lanzichenecchi, che qui fanno bella mostra di sé, ignare delle devastazioni che portarono in Italia…
Dopo il castello si prosegue verso Hall in Tirol. Un’antica città del sale, con viuzze colorate e strade in salita, i cui i negozi però restano desolatamente chiusi nel giorno del Signore, e l’unica possibilità allora risiede nella ricerca della famosa Torre della zecca, ovvero un luogo dove nel medioevo si coniavano monete locali. Il tentativo però va a vuoto, almeno in parte, infatti, si mangia all’ombra della stessa, in una Keller molto elegante e relativamente economica: Kartoffelsalat e Schnitzel, parlando italiano con altri turisti di passaggio.
Dopo il pasto si procede verso nord est, con breve sosta a Schwaz, quindi saliamo per alcuni chilometri oltre gli 800 metri ( il dato altimetrico è prontamente rilevato dalla chiusura delle orecchie...) per arrivare a
Pertisau sull’Achensee.
Un pezzo di fiordo norvegese infilatosi nel Tirolo. Pochi audaci solcano le acque di un lago gelido con barchette che danno pochissimo affidamento, ma il colpo d’occhio vale sicuramente l’arrampicata fin quassù: lo specchio d’acqua riflette perfettamente le montagne che sembrano (e forse sono) altissime, l’aria sembra sterile, e fredda come l’acqua. L’idillio panoramico si condisce di orsetti di peluche e grappe pseudo-tirolesi (il sospetto corre però a Napoli...) a buon mercato: un paradiso artificiale in mezzo alle alpi.
Rattenberg significa montagna dei topi, e non so bene se questo “topo-nimo” abbia un fondamento storico, mi piace pensare però che i famosi topi scacciati da Hameln non siano poi morti, come vuole la favola, né fuggiti verso le Siebengebirge, ma forse hanno trovato rifugio qui, dentro le mura di una bella, inattesa, città medievale, su cui svetta una antica torre di avvistamento.
Dietro la pioggia intermittente si intravedono vetrine di negozi sfavillanti di cristalli locali e gli immancabili Swarosky: raggiungiamo la Burg, dove i nostri occhi di poveri Welschen (come ci hanno chiamato appena giunti qui ) possono distendere lo sguardo oltre i tetti medievali, fino alle montagne che segnavano i confini della terra.
La cena alla HB è un tuffo nel microcosmo bavarese, circondati dal bianco e l’azzurro di una Monaco virtuale, assaporando la birra che sa di Oktoberfest e nutrendo i nostri appetiti, come al solito, di Bratwurst e senape; ciò non aiuta certo la nostra dieta, ma siamo in ballo e balliamo (e russiamo...).
Il nostro domicilio a Rattenberg è all’interno di una birreria, in cima ad una torre della Schlosskeller, e a pensarci bene questa è la prima volta che gli effluvi della birra salgono da due piani più in basso. |