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Franz Kafka. La scrittura immanente |
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Questo testo di
Elisabetta Bertozzi prende in esame i racconti di Kafka tracciando, ove necessario,
un parallelo con alcuni punti ripresi dalle opere autobiografiche,
soprattutto dai Diari, nella constatazione che esiste un parallelo,
nemmeno troppo nascosto, tra alcuni momenti ed eventi della vita
dell'autore e i contenuti oggetto della sua letteratura. |
Leggete di seguito un brano tratto dall'introduzione del libro.
Per ordinare il testo intero vedete il link in basso.
Franz Kafka. La scrittura immanente di Elisabetta Bertozzi
"Dove - nelle lettere e nei diari di Franz - parla l'angoscia, si tratta di un'angoscia motivata: l'angoscia di un uomo gravemente malato, che già nei suoi giovani anni sa che non può guarire, che è perduto"
(Max Brod, Il Circolo di Praga, Roma, 1983, ed. e/o, p. 90). |
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Introduzione del libro: |
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Ho scritto queste pagine senza la presunzione di esaurire l'esame della tematica kafkiana, e senza volermi sovrapporre alla critica già esistente, dato che ho considerato l'opera di Kafka da un punto d'osservazione molto particolare. Ho infatti posto l'accento sulla motivazione intrinseca della sua scrittura, tralasciando elementi esistenziali e culturali in essa presenti, e trovando interessante mettere in luce un particolare punto di vista emerso a poco a poco dalla lettura dei suoi racconti [1].
Ciò che ho ritenuto utile considerare è il rimando esistenziale della scrittura kafkiana, che nasce e si svolge come una letteratura immanente alla vita, anche se ad un primo impatto può apparire opera di mero esercizio intellettuale. La critica - divisa tra moduli interpretativi di tipo psicanalitico, metafisico, esistenzialistico e altri per la difficoltà d'interpretazione dovuta ad un'effettiva scissione tra la forma e il suo contenuto [2] - non ha finora potuto univocamente individuare in quel mondo di cifre, simboli e metafore un rimando significativo che a mio avviso va ricercato nell''Erlebnis' dell'autore.
E' così sull'elemento soggettivo, anzi, su un particolare elemento soggettivo che ho concentrato la mia attenzione, considerando la malattia da cui era affetto e di cui morì nel 1924, cioè la tubercolosi polmonare [3], come punto centrale della sua esperienza e motivo ispiratore fondamentale della sua opera, agente dall'interno dell'essere [4]. La malattia è stata da me esaminata nei suoi sintomi, che gettano riflessi - non mediati - sulla sua narrativa e diventano elementi costitutivi di base determinanti nessi intrinseci dell'invenzione letteraria e costituiscono il senso, sempre supposto e mai trovato, della sua scrittura, rilevato ora non tanto all'interno del mondo dei significanti, ma di quello dei significati; del contenuto e non semplicemente della forma, spesso assurta a significato essa stessa per la difficoltà di ricostruire e riconoscere la genesi dell'opera kafkiana [5]. Ho ribaltato così questa ipotesi mostrando come nell'opera di Kafka sia presente, in modo chiaro e non semplicemente "allusivo" [6], il mondo dei significati.
Non ho invece preso in considerazione altri importanti aspetti culturali - tra questi il suo contrastato rapporto con la cultura ebraica e con la vita intellettuale di Praga - che hanno senz'altro influito sulle sue scelte tematiche e formali ma che sono posteriori rispetto alla necessità vitale della sua scrittura.
Ciò che ha stimolato la mia curiosità è stata la complessità delle figure della sua opera, ma anche la particolare attrazione esercitata dal linguaggio, apparentemente sempre sul punto di svelarci un mistero che non si svela mai.
Il riflesso prodotto dal gioco di specchi in cui la sua realtà di volta in volta si trasforma o deforma, attraendo o respingendo la nostra curiosità, mi suggeriva l'idea di un qualcosa in parte voluto da parte dell'autore e la sensazione che tra le righe della sua opera il mistero potesse anche essere stato svelato, ma la sua comprensione finora preclusa.
Kafka, nel caso abbia effettivamente voluto stabilire una specie di gioco col lettore, avrebbe avuto l'abilità di seminare tracce senza mai svelare la strada, di frammentare i suoi argomenti senza permetterci di raccoglierli e interpretarli in un significato compiuto. Non meno attraente è il gioco del suo linguaggio che pone la domanda relativa all'uso di uno stile asciutto ed essenziale [7] per esprimere verità tanto personali e una sensibilità così sottile, e la sensazione che possa trattarsi di un tentativo di prendere delle distanze [8]. Ma da cosa?
E ancora mi sono chiesta
come mai Kafka tenti questo gioco di seduzione col suo lettore e
perché la sua scrittura sia stata per lui così importante. Che la sua opera abbia un valore introspettivo appare evidente se superiamo il primo forte impatto che le sue figure provocano, e il senso di disagio e di disorientamento che ne possiamo ricavare. Restare troppo legati alla forma e alle immagini può trarre in inganno, essere avvincente ma solo in superficie.
Non è d'altra parte necessario, per ora, chiedersi quale sia il loro significato filosofico, o se ne abbiano uno. Le immagini della letteratura kafkiana non vanno interpretate come un mondo concluso e impenetrabile, a saperle ben leggere esse costituiscono l'espressione di un "mondo interiore" [9] che, per essere così personale, particolare e diverso dalla normale esperienza della vita e del mondo, si configura come "incomunicabile"[10] - in base al senso comune - intraducibile in parole, e perciò codificabile solo attraverso un mondo di simboli e metafore [11] che consentono di esprimere l'interiorità senza esporla al rischio di venire incompresa o fraintesa, o eccessivamente esposta al giudizio altrui. |
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Note: |
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[1] Questo è comunque un solo
taglio possibile dell'opera kafkiana, certamente non esaustivo della
sua problematica. Tutto quanto attiene ad esempio al suo rapporto
con la tradizione letteraria e con gli autori da cui ha attinto
forme e figure non è tema di questo saggio e viene solo
fuggevolmente accennato. Lo stesso dicasi del suo rapporto con
l'ebraismo, da cui ha preso motivi da lui poi rielaborati.
[2]
"Die Form ist nicht der Ausdruck des Inhaltes, sondern nur sein
Anreiz, das Tor und der Weg zum Inhalt" scrive
Fritz Martini (op. cit. p. 307) riportando Janouch. Tale
osservazione è la prima evidente constatazione di chiunque, lettore
o critico, si accosti alla narrativa kafkiana, e il punto principale
su cui s'innesta il tentativo d'interpretazione delle sue opere. E'
anzi ciò che maggiormente stimola alla sua interpretazione e che ha
determinato le più svariate conclusioni. Lukács ad esempio dice che
il mondo letterario di Kafka è "allegoria di un trascendente
nulla" (Rc. 60), mentre W. Emrich
osserva che non è possibile trovare un senso determinato di tipo
filosofico religioso o concettuale al di sotto delle sue forme (op.
cit. p. 77) cosicché non si tratterebbe né di parabole né di
allegorie intese in senso classico, poiché queste hanno sempre un
chiaro riferimento interpretativo. Hanno parlato di "allegoria"
Lukács (Rc 44) e Adorno
(Pr 250); Norbert Fürst parla di
"allegoria" a proposito dei romanzi (OG 17, 21) e di "parabola" a
proposito dei racconti (ivi 7-8), ma il primo che parlò di
"parabola" fu Benjamin (AN).
Max Brod considerando la particolare pregnanza della
lingua kafkiana parla di simbolo, perché "il simbolo sta
contemporaneamente sui due piani, su quello che esso indica per
allusione e sul piano oggettivamente reale" (Br 176), mentre
Ladislao Mittner parla di un "simbolismo
assurdamente indecifrabile" (Ksk 263) compresente al realismo
della narrazione, in cui il realismo estremo di una realtà
incomprensibile si fa simbolo della sua stessa indecifrabilità.
Talora questi simboli hanno un senso immediato, ma la loro vera
origine e intenzione va oltre, e resta oscura.
Günther Anders dice che Kafka non possiede la "fede
comune" che è alla base del simbolo, ma ha a sua disposizione solo
la dimensione del linguaggio, dal cui "carattere figurativo" egli
attinge prendendo "in parola le parole metaforiche" (Kp
55), facendone il senso della propria narrativa, trasformando cioè
le immagini della lingua in racconto. Le sue immagini quindi non
sarebbero pure invenzioni, ma estrinsecazioni di espressioni già
esistenti nella lingua, nel suo senso figurato, col quale Kafka crea
le sue metafore. Baioni infine
parla sia di simbolo (BK 25) che di allegorie e metafore (ivi 19,
240) propendendo per queste ultime. Ma in sostanza il problema di
cosa si nasconda dietro tali figure, e se vi si nasconda qualcosa,
non ha trovato una risposta universalmente accettata.
Fritz Martini nega la possibilità in Kafka tanto
dell'allegoria quanto del simbolo, poiché quest'ultimo indica una
"Einheit von Ding und Welt, Ich und Welt" (WS 321) in lui non
più presente. Il simbolo si è trasformato in "bildhaftes
Zeichen" (ivi 322) per la perdita del suo valore universale.
[3]
Negli ultimi anni la malattia si era estesa alla trachea.
[4]
Ho trovato tracce di un'interpretazione in chiave di malattia nelle
introduzioni di Alberto Spaini
al "Processo" e ad "America". Egli, con notevole capacità intuitiva
ed interpretativa, vede la condizione di Josef K. simile a quella di
chi si ritrova improvvisamente ammalato e ne coglie la somiglianza
di stati d'animo, ma senza descriverne sintomatologia o origine. Ma
soprattutto chi più di ogni altro individuò il tema della malattia
nell'opera kafkiana (limitatamente tuttavia al "Processo") è
Norbert Fürst. In "Die offenen Geheimtüren Franz Kafkas"
egli ne ha fornito una convincente e puntuale analisi di tipo
testuale, rilevando in quel romanzo tanti precisi riferimenti alla
malattia individuati non più semplicemente su base intuitiva,
utilizzando un metodo d'indagine che disvela il significato allusivo
delle figure e di tanti particolari presenti nell'opera. Ho tenuto
conto di questa preziosa interpretazione, ma in questo saggio ho
esteso l'interpretazione ai racconti, a mio avviso i più
significativi e chiarificatori rispetto a tale tematica. Spero anche
di essere riuscita qui a dimostrare questa teoria dal punto di vista
biografico, dato che la storia della vita di Kafka a mio avviso
documenta l'insorgere della malattia, e della relativa problematica,
fornendo precise indicazioni di tempi e luoghi. Sono comunque
convinta del fatto che tutta l'opera di Kafka sia pervasa da
tale problematica. Lascia aperto un dubbio in tal senso, sempre a
proposito del "Processo", Marthe Robert
(op. cit. p. 163), e anche Mittner
individuò in esso tracce di tale tematica (Ksk 283). Vi è inoltre
Pietro Citati che osserva a proposito della "Metamorfosi"
che "la madre e la sorella hanno, per lui, l'insofferenza che
si può avere per un congiunto colpito da una malattia incurabile…"
(op. cit. p. 72).
[5]
E' la tendenza della critica "immanente all'opera", che ricerca il
"significato" delle immagini kafkiane nelle immagini stesse.
Emrich afferma: "Die Bilder und Aussagen Kafkas
sind doch das "Eigentliche" selbst. […] Jedes Wort und jedes Bild
meint in der Tat sich selbst freilich in einem Sinne, der sich erst
in der Synthesis aller Teile des Werkes erschließt" (op. cit.
p. 78). Baioni tende ad un
superamento di tale posizione critica ricercando "l'origine" e
"l'intenzione" (op. cit. p. 12) della scrittura kafkiana.
[6]
QO 724.
[7] Kafka sembra utilizzare una procedura stilistica utile a
spogliare gli oggetti di ogni connotazione, o commento, sentimentale
o anche solo emotivo, per potere, prendendone le distanze, meglio
studiarne la natura o per farli oggetto di speculazione
intellettuale e/o esistenziale. E' la domanda relativa all'essenza,
alla natura e all'origine di ciò che ci circonda ciò che questo
linguaggio sottende. Klaus Wagenbach
spiega il linguaggio di Kafka come personale reazione alle tendenze
barocche dello stile letterario praghese dell'epoca (Ka 73 e segg.,
K 57-58).
[8]
Dice a proposito Fritz Martini
che i racconti sono un modo d'incontrare se stesso mantenendo al
tempo stesso la distanza (WS 308), opinione condivisa da
Karl-Heinz Fingerhut che considera le figure kafkiane
"proiezioni" di se stesso (op. cit. p. 272).
[9]
Cfr. Fingerhut, op. cit. p. 271
e Baioni, op. cit. p. 13. Vedi
in D 605 la metafora dell'orologio che rappresenta il mondo
"interiore" ed il mondo "esterno".
[10]
QO 742. Cfr. Baioni, op. cit. p.
20.
[11] E' il significato inafferrabile dei suoi scritti ciò che fa
supporre un substrato incomprensibile in termini comuni. Cfr.
Emrich op. cit. p. 77. Baioni
osserva che "Il mondo interiore che può essere solo vissuto ma
non descritto [...] è anche la giustificazione della sua poetica
della quale determina i modi e le forme" (op. cit. p. 15),
mentre Lukács osserva che
l'allegoria è la forma più consona ad esprimere la "scissione
del mondo", lo "sfacelo del mondo dell'uomo" proprio delle
avanguardie a testimonianza dello sfacelo della società borghese
(op. cit. p. 44), ma nota anche il realismo delle descrizioni di
Kafka, nonostante tutto (ivi 47), che renderebbe tuttavia solo una
"trascendenza" rappresentante il "nulla" (ivi
49). Kafka in realtà non rappresenta una realtà simbolica o
immaginaria, ma la sua vera realtà interiore.
Adorno è tra gli studiosi quello che più mostra una sorta
di rispetto per il nostro autore, rifiutandosi di incasellarlo nella
categoria di "testimone del tempo" o della condizione umana - a suo
avviso riduttiva - in polemica con quella che considerava una
semplificazione in funzione di un concetto filosofico o sociologico.
Critica il concetto di "simbolismo realistico" (op. cit. p. 250) che
gli viene ascritto e dice che Kafka non è simbolico, non essendovi
in lui l'immediato trapasso in un significato. Per questo preferisce
parlare di "allegoria" (la "parabola" di Benjamin, una parabola di
cui ci è stata sottratta la chiave - ibidem). Molto interessante è
che egli proponga una specie di rispetto e considerazione per il
testo, dato che: "Ogni proposizione è letterale, ogni proposizione è
significante" (ibidem). Rifiuta quindi filosofemi di vario genere e
consiglia di "prendere tutto alla lettera, non sovrapporre al
testo concetti dall'alto. L'autorità di Kafka è l'autorità dei
testi" (ivi 252). Sul metodo di lettura: "Ma il lettore
deve comportarsi con Kafka come Kafka con i sogni. Deve cioè
insistere sui particolari incommensurabili, e impenetrabili, sui
punti ciechi. Il fatto che le dita di Leni [N.d.R. nel "Processo"]
siano unite da una membrana o che gli esecutori abbiano l'aspetto di
tenori, è più importante degli excursus sulla legge" (ivi
253). E' un metodo che io stessa ho seguito, tentando di rilevare i
"punti cruciali" del discorso narrativo kafkiano.
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